La Casa dei Rifugiati insegna l’autosufficienza
Ospita 250 persone la struttura di via di Boccea. Sono richiedenti asilo (permanenza massima di 10 mesi) che stanno imparando l’italiano e anche ad avere fiducia in se stessi per diventare autosufficienti. Il Dipartimento XIV del Comune sta facendo la sua parte. Piani separati per uomini e donne, ma mescolanza di etnie per aiutare l’integrazione. Tra partite di calcio e una biblioteca “in costruzione”, si tenta di ricominciare nonostante un destino che sembrava segnato per sempre.
Pensate di arrivare finalmente in un paese straniero, in fuga dai luoghi della vostra famiglia e delle vostre abitudini perché è ormai impossibili e doloroso viverci. Siete un afgano piuttosto che un congolose, venite da un villaggio di montagna o da un piccolo insediamento vicino la giungla. L’Italia potrebbe sembrarvi un posto affascinante ma spaventoso, Roma una metropoli monumentale eppure caotica e difficile da capire. Non parlate l’italiano, non avete nemmeno un euro per salire su un mezzo pubblico. Cercare un lavoro potrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile.
I rifugiati per motivi politici ospitati in strutture riconosciute nel nostro paese sono più di 5 mila, circa duemila solo nella capitale. Le Convenzioni internazionali e la tradizione umanitaria ci impone di dare loro un tetto, un’assistenza, di fornire le cure minime che ci aspetteremmo da una nazione del mondo “ricco e civile”. Se fossimo noi nelle stesse condizioni?
La Casa dei Rifugiati di Boccea 530 è un grande casolare a più piani costruito negli anni ’60 per i monaci comboniani. Inaugurata da pochi mesi, ospita circa 250 persone (a regime potrebbe contenerne 400), al 65% uomini.
Al piano terra ci sono gli spazi della socialità: sala da the, biblioteca e internet point, una ludoteca e un teatro, oltre all’ufficio per le relazioni con il pubblico. E’ qui che più facilmente si mescolano facce e colori, si confrontano storie spesso drammatiche, si stringono amicizie impensabili.
“C’è una prevalenza di afgani, circa il 40%” spiega a Roma Lavoro News Flavia Giannoni, che qui nella struttura è la responsabile per le relazioni esterne.
Per un 25% sono iraniani, curdi e di varia provenienza africana, dal Togo al Sudan alla Costa d’Avorio. Un altro 25% sono eritrei ed etiopi.
Non ci sono bambini, “qui ospitiamo solo uomini e donne singoli, per i nuclei familiari servirebbe una diversa conformazione strutturale”, continua Giannoni.
Al primo piano, troviamo gli uffici dell’amministrazione e la mensa (“Cerchiamo di conciliare un menù italiano con alcune proposte etniche”), mentre al secondo e terzo piano ci sono le stanze da letto, rispettivamente per uomini e donne.
La sistemazione è decisa secondo il profilo del rifugiato: la camera singola è riservata a chi presenta una condizione psicologica di estrema fragilità, mentre in altri casi si incentiva la più stretta integrazione componendo camere con etnie miste fino a cinque persone. All’ultimo piano ci sono una lavanderia e una stireria dove, con la supervisione del personale, ciascuno può fare da solo.
“Per adesso non c’è stata nessuna difficoltà di amalgama tra le diverse etnie” nota Giannoni, che ci racconta difficoltà ben maggiori per gli ospiti. “Abbiamo medici e insegnanti tra i rifugiati, con titoli di studio che però non sono riconosciuti”.
Persone che conoscono più lingue e con un background invidiabile e un passato di peregrinazioni, che prima di approdare in Italia hanno sostato in Iran, Turchia e Grecia e che però si ritrovano qua “senza nemmeno un euro per l’autobus”.
Ecco perché, ci spiega un operatore del Centro per l’Orientamento al Lavoro da poco in funzione nel Centro, la prima cosa che vogliono è trovare un lavoro, anche umile, pur di risollevarsi. Il compito degli operatori, però, è quello di far emergere anche le competenze migliori.
La lingua è uno degli ostacoli più rilevanti. Eppure, impararla è una priorità dei programmi elaborati per loro. “Non conoscerla pregiudica loro di frequentare con qualche utilità dei corsi di integrazione o professionali mirati” precisa la Giannoni, che racconta la storia di un ospite “che prima di arrivare qua aveva già frequentato tre corsi senza capirci molto per colpa della lingua”. Il risultato è che adesso lui ha sviluppato una sfiducia in questo strumento.
Intanto, è stato avviato un primo modulo formativo con l’aiuto del Dipartimento XIV del Comune di Roma dedicato a quasi trenta ospiti del Centro. Si tratta di un corso sul “Valore dei soldi”: come riconoscere quelli falsi, come si apre un conto corrente, come si gestiscono bancomat e assegni, sono più convenienti le Poste o la banca?
Un corso formativo importante questo, perché quasi tutti i rifugiati lavorano o frequentano corsi professionali e la loro permanenza sarà transitoria (massimo 10 mesi). E’ urgente renderli autonomi, aiutarli all’autosufficienza e sperare che riescano a rifarsi una vita.
Il weekend è il momento della convivialità, dello stare insieme, per fare una partita di calcio o guardare un film.
La comunicazione naturalmente avviene in italiano e in italiano sono stati scritti i testi recitati da alcuni ospiti qualche giorno fa durante una serata organizzata in collaborazione con le librerie Rinascita di viale Agosta e via Prospero Alpino.
In quest’ultima, ciascuno condividendo ricordi e descrizioni dei propri luoghi e delle proprie tradizioni, ha dimostrato come sia possibile viaggiare senza spostarsi, immaginare posti sconosciuti.
Uno scambio culturale che ha come obiettivo rendere più corposa la biblioteca del Centro. Come? Nelle due librerie si raccolgono libri usati in italiano che ciascuno può donare. In alternativa, si può comprarne di nuovi a prezzo di costo. Sarebbe una cortesia verso gli ospiti della Casa dei Rifugiati di Boccea 530 che ci renderebbe un po’ migliori.
Pasquale Colizzi
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